Juan Fernando Quintero, l’ossessione batte il talento?
Nel calcio e nello sport, tra le contrapposizioni maggiormente dibattute , c’è quella tra ossessione e talento. La supremazia dell’una rispetto all’altra. Ripensi a Juan Fernando Quintero. Poca ossessione, tanto talento. Tra un sorriso e l’altro, partitina alla play, ha da poco compiuto gli anni nella sua terra dorata: il Sudamerica.
L'eterno bambino
18/01/2026: Quintero ha spento 33 candeline. Il ghigno e la rotondità del fanciullo senza età, sbarbato e allegro come agli esordi. Stesse sembianze della foto scattata al Pony Fútbol, il tradizionale torneo di calcio giovanile della città di Medellín.
Ritratto al fianco di James Rodríguez, 11 e 13 anni, compagni di una vita. Proprio lì, in pieno inverno anni ‘90, nasce con la passione per il gaming e un joypad installato sul piede sinistro. Basso e paffuto, i tratti fisici restano croce e delizia di una carriera improntata al divertimento. Lo chiameranno gordo e nalgón, in italiano sarebbero grasso e “culone”. 168 cm di genio e fosforo. Si diverte fin da subito, è giro in giostra per chi lo ammira. Quale?
Beh, montagne russe. Indolenza e intermittenza ne frenano l’investitura nel calcio delle stelle, soprattutto in Europa, dove non si ambienta mai davvero. Rifugge nel calcio primordiale, scevro da schemi e tatticismi che ne ingabbiano il talento puro e libero. Sì, è proprio in Sudamerica che abbaglia di luce propria, sfornando perle che riportano alla bellezza originaria dello sport. Ricordandoci che nel calcio, per affermarsi tra i migliori, servono costanza e sacrificio. Per farti innamorare, però, bastano (ma servono) quei lampi lì. Di genialità e raffinata fantasia. Visione e qualità. In tre parole: Juan Fernando Quintero.
Mancino decisivo
Per la terza volta in carriera, ora è al River Plate. In totale, più di 100 gettoni, conditi da un cospicuo numero di gol e assist. Tra le sue parentesi più floride e costanti. Dopo Medellín, dove si contano quasi più partecipazioni a gol che presenze refertate. Insomma, se tra Pescara, Porto e Rennes, in Europa non rispetta le attese da predestinato, si afferma in Sudamerica rilanciandosi nelle difficoltà. Illumina in maniera più forte e decisa. Soprattutto, decisiva.
Detto delle montagne russe, la Nazionale è la sua oasi. Proprio in Russia sigla uno dei gol più memorabili. Ai Mondiali, contro il Giappone. Punizione sotto la barriera, rasoiata che risplende il globo, dopo i lampi del Mondiale 2014. In entrambi, ha contribuito alla qualificazione al torneo, e poi alla fase ad eliminazione diretta. Il primo colombiano della storia a segnare in due diverse edizioni del torneo. Dispensando anche assist preziosi ai compagni. Coi Cafeteros aveva già inciso al Mondiale Under 20. Lo notano tutti. Il Porto vince l’asta milionaria, garantendo al Pescara una ricca plusvalenza.
Coi biancazzurri in Serie A, uno dei primi (e pochi) assaggi di Quintero in Europa. Appena maggiorenne, acerbo ma precoce, dispensa calcio solo a tratti. Quando lo fa, l’Italia scopre un talento squisito. Si ricordi la punizione al Dall’Ara, lunghissima distanza: di potenza, sotto al sette, parità ristabilita. Il primo punto degli abruzzesi in massima serie dopo vent’anni. Nel 6-1 interno incassato contro la Juventus, sempre da fermo, sorprende anche Buffon. Botta mancina destinata a miglior sorte. Gli dice no soltanto il palo, trema ancora. Non coglie l’opportunità portoghese e poi francese, mai calandosi nei tatticismi codificati del nostro continente. Forse per scelta.
Più improntato sui sentimenti di fiducia e piacere, in Europa è apparso apatico e fuori contesto. Individualista per eccellenza, senza schemi e compromessi, ha scelto di tornare nel suo sole per continuare a illuminare. A cadenze annuali, è sempre rifiorito in Nazionale, decidendo di ristabilirsi nei campionati sudamericani. Nella patria del calcio ludico, è coccolato e si esalta. Incide chi sa stare al gioco. I suoi raggi hanno persino scritto la storia.
La vittoria del soldatoo
In Argentina ha ottenuto eterna riconoscenza dal popolo dei Millonarios. Eppure lo avevano accolto con parziale scetticismo, colpa di qualche kiletto di troppo. C’è riuscito, non solo con il fascino delle sue giocate, soprattutto con il gol e l’assist nella “finale del secolo” contro il Boca. Il Superclassico più bello.
Subentra nella ripresa e stravolge la partita: era una battaglia, diventa una favola. “Prima della finale di Libertadores gli avevo semplicemente detto di pensare a dimostrarmi chi fosse. Lo ha fatto, mettendo a tacere tutti quelli che non credevano in lui, giudicandolo finito e fallito”. Le parole di Mamma Lina. Ecco, il fulmine a ciel sereno. Il lampo che squarcia il Santiago Bernabéu, ricorda al mondo di quanto sia bella la bellezza. E di quanto ancora oggi possa romanzare il calcio, sempre più convenzionale e cinico. Porta il sole in una notte, dalla Colombia alla Spagna.
Il diez che è spesso sprofondato a colpi di pregiudizi e indifferenza. Tanti hanno preferito bacchettarlo e non goderselo. Sensibile e incompreso, emarginato dalle pretese di totale perfezione, non è riuscito ad offrire il repertorio completo. Eppure, in quella finale, ha deciso di risalire sul palco. In punta di piedi e il mantello da supereroe. Petto gonfio, fronte alta e l’esultanza del soldato. A servizio del suo popolo, di chi ama il calcio in ogni forma. Quella notte, tutti abbiamo beneficiato dello spettacolo: il gol nel sette condito dall’assist prelibato. Piroetta con tacco al volo degna della più grande bellezza. In quell’istante, ha deliziato l’intera platea.
A modo suo: stile ed eleganza. Ha sempre scelto l’abito delle grandi occasioni al momento opportuno. Senza eccessi, con misura, evitando il rischio di ripetersi e cadere nella banalità. Non gli appartiene, mai lo sarà.
Ossessione o talento?
Sarà anche uno dei più grandi “what if” della storia del calcio. Per ciò che in effetti è mancato. Senza se, e senza ma, uno di quelli che il calcio sa giocarlo e renderlo gradevole. Per ciò che è stato e proseguirà. Allora forse, va bene così. Perché, tra ossessione e talento, non c’è un vincitore. Vince chi contribuisce al benessere del gioco.
Tra questi, Quintero. Nel mercato invernale, l’Europa ha ribussato alla porta. La scelta giusta, quella che fa bene al cuore, ha ribadito Sudamerica. Forse non c’è stata reale possibilità di ritorno, o forse non conosciamo la risposta. E va bene così, il calcio e la vita. Palla sul mancino, qualcosa accadrà …