La prima panchina di Alex Ferguson al Manchester United
Al Manor Ground di Oxford si stringono poco più di tredicimila spettatori. È l’8 novembre 1986. Se per il calcio inglese è un sabato qualunque di First Division, per la storia del calcio è il primo atto di una rivoluzione.
A bordo campo, stretto nel suo cappotto scuro e con la cravatta impeccabile, c'è un uomo di quarantaquattro anni che porta dentro il fuoco operaio di Govan: Alexander Chapman Ferguson.
Da appena quarantotto ore, è diventato l'allenatore del Manchester United. Ha lasciato i trionfi scozzesi di Aberdeen, dopo aver piegato persino il Real Madrid, per ereditare una nobile decaduta, impantanata in piena zona retrocessione.
L'esordio in panchina, tuttavia, non concede sconti a Ferguson. Finisce 2-0 per l'Oxford: United trafitto prima dal rigore di John Aldridge e poi dal raddoppio di Neil Slatter. La traversa di Frank Stapleton nella ripresa è un sussulto solitario nel buio che avvolge i Red Devils.
Al triplice fischio, mentre i flash dei fotografi cercano avidamente lo sguardo contrariato di Ferguson, nello spogliatoio echeggia il monito di Gordon Strachan: «Preparatevi, ora arriva un uragano. La pacchia è finita».
Ma quel giorno l'uragano sceglie la quiete. Ferguson osserva le macerie del club e, senza cedere alla fretta, inizia a scavare le fondamenta del suo impero. Ci vorranno anni, pazienza e la leggendaria cavalcata del Treble del 1999 perché la regina Elisabetta II poggi la spada sulla sua spalla il 20 luglio 1999, nominandolo solennemente "Sir".
Quel pomeriggio a Oxford, però, non ci sono spade cerimoniali né mantelli regali. C'è soltanto un uomo solo che impara a perdere per insegnare cosa significhi risorgere. Perché il destino non comincia sotto i riflettori di un trionfo, ma nell'umiltà silenziosa di un campo di periferia.
L’8 novembre 1986 Alex Ferguson posa la prima pietra della dinastia più vincente del calcio moderno: un regno lungo ventisette anni fatto di trentotto trofei e millecinquecento partite.
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