"Il 10 non lo prendo io", la partita di Maradona a Scalea
Lunedì 4 novembre 1985. L’eco della sua magia contro la Juventus risuona ancora potente. Solo 24 ore prima, al San Paolo, Maradona aveva segnato un gol su punizione talmente incredibile da sfidare le leggi della fisica, regalando al Napoli la vittoria sui bianconeri.
Ma il giorno dopo, il Pibe de Oro lascia i panni del genio per tornare Diego, il ragazzo. Non vuole mancare alla promessa fatta all’amico Silvio Longobucco, ex difensore della Juventus. La destinazione non è un tempio del calcio, ma Scalea, una cittadina calabrese in provincia di Cosenza.
Diego arriva in pullman con sua madre Tota, la fidanzata Claudia Villafañe e i fratelli Hugo e Lalo: i tre Maradona insieme, una rarità. Li attende lo stadio Longobucco per un’amichevole di beneficenza tra lo Scalea e una rappresentativa Unicef.
Il campo in terra battuta, ridotto in pantano dalle piogge, non lo ferma. Né le fatiche del giorno prima. Non vuole compensi, chiede solo una fornitura di divise da inviare ai ragazzi di Villa Fiorito, il sobborgo dove era cresciuto. Poi sorprende tutti: nello spogliatoio sceglie la maglia numero 5. “Oggi gioco in difesa, la 10 non la prendo io.” E in quella posizione inedita, persino nel fango, riesce comunque a lasciare un segno indelebile.
Durante un’azione, un avversario gli toglie uno scarpino, ma Diego continua la corsa, dribbla tutti e segna entrando in porta con il pallone. L’arbitro, Tonino Ambrogio, confesserà anni dopo di non aver avuto il coraggio di annullare un gesto così puro e poetico.
Fu l’unica partita di Maradona in Calabria, l’unica volta con un numero diverso dal 10. Davanti a 2.000 spettatori, paganti 20.000 lire ciascuno, Diego mostrò la sua parte più autentica: l’uomo semplice, solidale, legato alle proprie origini.
Oggi allo stadio Longobucco di Scalea c'è un’effigie che immortala per sempre questo evento. Un ponte tra generazioni: chi lo vide con i propri occhi e chi ne ha solo ascoltato le gesta.
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