La tripletta di Palanca all'Olimpico
Ci sono pomeriggi in cui la realtà decide di farsi da parte per lasciare spazio alla leggenda e il 4 marzo 1979 è uno di questi.
All’Olimpico di Roma, davanti a sessantacinquemila spettatori, va in scena una di quelle favole che oggi profumano di nostalgia, quando il calcio è ancora una questione di cuore. Il protagonista è un uomo piccolo con i baffi folti e un numero di scarpe che sembra un paradosso per un calciatore: il 37. Lo chiamano "O’Rey" di Catanzaro o, più dolcemente, "Piedino d’oro" al secolo Massimo Palanca.
La banda guidata da Carletto Mazzone e dal capitano Claudio Ranieri arriva nella Capitale con la sfrontatezza di chi sa di poter fare l'impresa.
Bastano cinque minuti per gelare un intero stadio: dalla bandierina, Palanca riscrive le leggi della fisica disegnando una parabola impossibile che si infila direttamente sotto la traversa, lasciando Paolo Conti e la difesa giallorossa a guardare l’impossibile farsi realtà. Non è un colpo di fortuna ma il marchio di fabbrica di Palanca, una giocata che avrebbe ripetuto tredici volte in carriera, un record ancora imbattuto.
La Roma pareggia con il rigore di Di Bartolomei ma il "folletto" marchigiano decide di riprendersi la scena. Al 43’, con la furbizia dei grandi predatori d’area, Palanca approfitta di un retropassaggio pigro di Spinosi per battere ancora Conti e mandando il Catanzaro al riposo in vantaggio.
La consacrazione definitiva arriva nella ripresa. Al 68’, su un contropiede fulmineo innescato da Zanini, Palanca riceve palla e, con un colpo di precisione chirurgica trafigge per la terza volta la porta giallorossa.
Al triplice fischio, il vecchio tabellone luminoso dell’Olimpico recita una poesia minimalista destinata a rimanere scolpita nella storia: Palanca, Palanca, Palanca.
In quel preciso istante, il Catanzaro non ha solo espugnato Roma ma per un giorno diventa la "Caput Mundi" del calcio italiano.
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