La Roma vince la Conference League
C’è una data che i cuori giallorossi hanno cucito sulla pelle: 25 maggio 2022. È il giorno in cui il tempo si è fermato per restituire a un popolo tutto ciò che il destino gli aveva negato per quattordici, lunghissimi anni.
A Tirana, nell'Arena Kombëtare, la Roma affronta in finale di Conference League gli olandesi del Feyenoord in un'atmosfera densa di un'attesa messianica. In panchina c'è José Mourinho, il "fabbro" dei sogni arrivato all'ombra del Colosseo per trasformare la speranza in metallo prezioso, firmando quello che sarebbe diventato il suo quinto capolavoro europeo.
La partita, invece, è un romanzo di sofferenza, nervi tesi e cuore. Poi, al minuto 32, la visione di Gianluca Mancini squarcia il cielo albanese. Un lancio lungo, millimetrico, per Zaniolo che addomestica il pallone col petto e, con un tocco sotto di sinistro, scavalca Bijlow in uscita. In quel preciso istante, il respiro di una città intera si ferma, sospeso tra il sogno e la realtà, prima di esplodere in un grido che ha attraversa l'Adriatico per perdersi nei vicoli della Capitale.
Ma la strada per la gloria, si sa, non è mai un banchetto tranquillo. La ripresa si trasforma in un atto di sofferenza e resistenza. Il Feyernoord preme e fa tremare i legni della porta giallorossa con i colpi di Til e Malacia che finiscono la loro corsa sul palo. Poi salgono in cattedra Rui Patricio e Chris Smalling. Il portiere portoghese si erge baluardo insuperabile mentre il difensore inglese, eletto miglior giocatore del match, guida la trincea giallorossa con una prestazione monumentale, respingendo ogni assalto olandese fino al triplice fischio finale.
E mentre a Tirana, Lorenzo Pellegrini, capitano e figlio di Roma, solleva al cielo la coppa della prima edizione della Conference League, nelle strade della Capitale inizia la notte più lunga. I fuochi d'artificio illuminano Testaccio, la Garbatella e Campo de' Fiori, conferendo alla vittoria non solo un valore sportivo, ma la restituzione di un'identità a chi ha aspettato troppo a lungo per poter dire finalmente: "Siamo campioni"
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