L’addio di Marek Hamsik al Napoli
Non tutte le bandiere cadono con un boato. Alcune si abbassano in silenzio, mentre uno stadio impara a dire addio.
È il 2 febbraio 2019 e l'aria fredda di Fuorigrotta nasconde un segreto che sta per spezzare il cuore di un'intera tifoseria. Lo Stadio San Paolo sta per testimoniare, quasi in un silenzio inconsapevole, la fine di un’era.
Marek Hamsik, l’uomo con la cresta sempre alta e i calzettoni portati bassi, sta correndo per l’ultima volta sul prato che è stato la sua casa per dodici anni. Arrivato in sordina dal Brescia nel 2007, il centrocampista slovacco è diventato lo "scugnizzo", il simbolo della rinascita di un club che aveva scalato le gerarchie ripartendo dalla Serie C.
Contro la Sampdoria, il destino chiude un cerchio perfetto. Infatti, proprio contro i blucerchiati Hamsik aveva segnato la sua prima rete in azzurro e proprio contro di loro, una decade dopo, aveva superato il record di gol di Maradona.
Al minuto 74, l'arbitro interrompe il gioco. Il tabellone luminoso segna il numero 17. Quella che ai molti sembra una sostituzione tattica di Ancelotti è in realtà un ultimo commosso atto d'amore: un modo per regalare al capitano il giusto saluto del suo pubblico.
Hamsik esce dal campo in punta di piedi, quasi a non voler disturbare, tra una standing ovation fragorosa di uno stadio che ancora inconsapevole. Se ne va il capitano dei record, l’uomo dalle 520 presenze e 121 gol, colui che aveva rifiutato le lusinghe dei più grandi club europei per restare fedele a una città che sentiva sua.
Come avrebbe scritto poco dopo nella sua lettera d'addio, Napoli era ormai "tatuata sulla sua pelle", il luogo dove erano nati i suoi tre figli, napoletani a tutti gli effetti.
Quel 2 febbraio si ammaina una delle ultime grandi bandiere del Napoli. Hamsik non è stato solo un calciatore, ma l’anima di un popolo che, insieme a lui, aveva imparato di nuovo ad alzare la cresta e a sognare in grande.
Un addio consumato tra i sospiri e i battiti di cuore, prima che il viaggio lo portasse lontano, verso la Cina, lasciando un vuoto che solo la nostalgia sa colmare e l'eco del suo nome continuerà a risuonare tra i gradoni di uno stadio che non smetterà mai di considerarlo il suo eterno capitano.
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