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La sentenza Bosman cambia il calcio

Nato in Belgio nel 1964 e cresciuto nello Standard Liegi, squadra della sua città, Marc Bosman nell’estate del 1990 conclude il suo contratto con l’RFC Liegi. Il Dunkerque, club francese, lo vuole ma l'offerta per l'acquisto del cartellino all’RFC Liegi viene considerata inadeguata dal club. La richiesta è di 375.000 euro, cifra fuori mercato. Bosman, avendo garantito dal Dunkerque un ingaggio raddoppiato, si infuria e denuncia l’RFC Liegi e la UEFA alla Corte di Giustizia Europea. L’RFC Liegi non si fa intimorire, non gli concede di andare a giocare al Dunkerque e gli decurta anche lo stipendio, pagandolo appena 275 € mensili, ovvero il salario minimo previsto in Belgio.

La carriera di Bosman, di fatto, si concluse in quel momento. Iniziò una doppia vita: da una parte chiede giustizia nei confronti del Royal Liegi, che gli ha rovinato la carriera, dall’altra continua a giocare nelle categorie amatoriali belghe.

La Corte di Giustizia Europea gli dà ragione richiamando il Trattato di Roma, che sanciva da più di 30 anni la libera circolazione dei lavoratori all’interno dell’Unione Europea.

La sentenza rivoluziona il calcio. Nascono cosiddetti i "parametri 0" rendendo le società "schiave" di calciatori e procuratori.

Oggi, a 58 anni, Bosman vive di ricordi e rammarico. Collabora ogni tanto con Fif-Pro (Federazione Internazionale dei Calciatori Professionisti) ma il suo cruccio è sempre lo stesso: "Dovrebbero stendermi tappeti rossi, invece i giovani non sanno nemmeno chi sono. C’è chi mi accusa di aver rovinato il calcio invece l’ho solo reso più ricco. Con il risultato che i calciatori guadagnano milioni e io vivo in povertà".

Il paradosso di Jean-Marc Bosman. La storia del declino di un calciatore che, in fin dei conti, aveva semplicemente ragione.

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